Marius L. – 11.04.2026.. In Memoria dell’Avatar “normale”.
Quindici anni fa Sai Baba lasciava il piano fisico.
Probabilmente mancherà poco, forse appena qualche anno, che Prema Sai, la terza incarnazione dell’Avatar, si manifesti ufficialmente e pubblicamente come la terza incarnazione dell’Avatar di questa era.
C’è qualche informazione in giro che riporta a sommi tratti quello che accadrà, anche se parlarne non avrebbe comunque una qualche rilevanza.
Avatar significa discesa, e si riferisce a quel fenomeno secondo il quale un “essere molto elevato”, per alcuni Dio stesso, “discende” appunto sul piano fisico, assumendo un corpo idoneo allo scopo da lui stesso prefisso.
Anche Sai Baba, riferendosi a se stesso, si definisce un Avatar.
Aggiunge però, che tutti noi siamo avatar.
Esiste qualcosa del genere anche nei video game, e, probabilmente, il termine non è utilizzato in modo completamente inopportuno o sconclusionato.
In verità, a parere di chi scrive questo ricordo, Sai Baba non si riduce in alcun modo ad un singolo essere.
Sai Baba è invece un gruppo. Un gruppo smisurato di persone ed individui, probabilmente appartenenti a molte delle razze che compongono in questo preciso frangente il multiverso.
O, in un’altra seducente idea, Sai Baba è una variegata compagnia di entità altresì attori, di cui lui sarebbe il capocomico - venuti ad inscenare un dramma, o commedia, o tragedia, a seconda di come la si voglia intendere, di tonalità cosmica, per una indefinita serie di ragioni e motivazioni che forse sarebbe molto difficile da esplicitare ed elencare, ammesso che li si conoscesse.
E quest’ultima definizione spiegherebbe anche il fatto che i compositi componenti di questa “compagnia” siano nella sostanza tutti i “compagni” discesi.
Tutti i compagni che sono però alla fine un unico essere, un unico raggio di luce, l’Avatar!
Quando Sai Baba lasciò il corpo, qualcuno ironizzò, lasciandosi andare a qualche battuta canzonatoria sul possibile errore di precognizione da parte dello stesso, atteso che avesse (sembra) chiaramente specificato che sarebbe morto a novantasei anni (novantacinque per gli occidentali, visto che gli indiani hanno già un diverso sistema di conteggio dell’età).
In ogni caso, a parte l’astronomica ignoranza, visto che questi presunti e saccenti comici hanno mostrato chiaramente di non sapere assolutamente nulla sia dell’Avatar, di ciò che aveva esattamente detto, sia di come invece quanto affermato rispondesse fedelmente alla fine a quanto effettivamente accaduto, oltre che degli elementi e fattori rilevanti per le altre culture interessate agli eventi.
In realtà, stando a fonti molto più che attendibili, non sembra che Bhagavan abbia mai affermato che la sua previsione fosse relazionata al calendario romano. Mentre invece, prendendo in considerazione ad esempio il metodo Nakshathara kala ganana, come in maniera naturale hanno fatto in India, può essere visto come il mese comprenda in realtà 27 giorni, vale a dire 27 nakshathras, mentre l'anno ne contenga 324.
Il presupposto porterebbe così alla naturale conclusione che Swami abbia vissuto sulla Terra appunto 30.834 giorni, vale a dire 95 anni e 54 giorni. Cosa che renderebbe coerente e veritiera la sua predizione.
Al di là di tutto questo, che dovrebbe già dirimere comunque una questione che non sarebbe mai dovuto essere posta, ci si chiede come mai questi deliziosi umoristi fossero così interessati al fenomeno Baba (?).
Se non credi in un essere, nella sua interpretazione più ampia, perché occupartene, ci si potrebbe chiedere.
Peraltro, detto in quella circostanza, in occasione cioè del Mahasamadhi di Baba - a tratti dolorosa per chi teneva a lui, e lo amava e seguiva, suonava come se la gente irrompesse a casa tua, dove stai piangendo qualcuno a te caro, e cominciasse a sparlarne, e a ridicolarizzarlo. Cosa della quale non si comprende nemmeno lontanamente il senso.
Non sarebbe meglio infatti rimanere a casa propria, a fare ciò che si vuole, ma senza creare problemi ad alcuno? (Seppur anche in questo caso si creerebbe comunque un qualche effetto energetico).
Ma, si ripete, sono cose che hanno valore solo al di fuori del campo del cuore, all’interno del quale invece null'altro sembra esistere, eccetto la benevolenza, l'onore, e il rispetto.
Il fatto è che Sai Baba ha e può avere un senso solo per chi già conosce se stesso, per chi sa da dove viene e perché, e ha già cominciato ad abbracciare l’intima essenza delle cose.
E, si badi bene, non si tratta di stati trascendentali, perché non è quella la direzione.
È nell’altro modo, nel verso cioè, della “normalità”.
Perché solo ciò che è normale può essere alla fine abbracciato e fatto nostro, mentre il resto non riesce ancora ad appartenerci, e, se continuerà ad essere interpretato in quel modo, mai avverrà. Namasté.. Marius L.